Osservo
il sentiero bianco e sassoso da una feritoia del castello, e mi sembra non ci
sia proprio niente da segnalare, almeno per il momento. So che le mie mani non
potranno mai afferrare l’immagine a cui penso spesso, però mi attendo di vedere
qualcosa di cui tutti prima o poi parleranno, qualcosa che sarà meraviglia per
chiunque abita in questa regione. Il vento muove gli alberi ai margini del
bosco poco distante, potrebbero essere nemici appostati che si passano le
consegne l’un l’altro, ma cosa importa, questo luogo è inaccessibile ad ogni
esercito, figuriamoci a dei disgraziati mal nutriti e pieni di sonno che hanno
percorso chissà quanta strada disagiata per arrivare fin qui. Chissà con quali
parole e quali lusinghe sono stati tenuti su fino adesso, rifletto; chissà che
cosa è stato loro promesso per farli affrontare una cosa del genere, e quali
speranze sono state fatte nascere dentro ognuna di quelle teste che adesso
forse stanno là, nascoste, da qualche parte. Forse soltanto la voglia di
sostituirsi a noi, di ritrovarsi al nostro medesimo posto, qua dentro, in
questo luogo dove non sanno quanta falsità e repulsione si respiri davvero.
L’immagine
che cerco di stringere è qualcosa che non ha a che fare con niente di tutto
ciò, ed anzi si sbarazza di questa ostilità e queste difese continue, e lascia
che la gente, di qualsiasi luogo essa sia, viva al meglio che può, nel rispetto
ognuno dell’altro. Ma se parlo di cose del genere qua, nel castello, vengo subito
gettato nella segreta, e allora stringo i miei pugni e proseguo a fare quello
che tutti continuano a dire sia il mio dovere: assomigliare alle persone che ho
più vicine, pensare le stesse cose che pensano loro, non lasciarsi neppure
sfiorare da un’idea differente.
Osservo
ancora quanto mi è stato dato in consegna, ma se stringo gli occhi per vedere
un po’ meglio, immagino subito qualcosa che forse non c’è: contadini festanti,
cortei di ragazzi e bambini che portano gioia e novità in questa lugubre casa
di pietra. Non devo lasciare che queste idee prendano il sopravvento dentro di
me, devo resistere, mostrarmi come ogni altro, lasciare che tutto sia
perfettamente come dev’essere. La feritoia da cui osservo l’esterno è già un
principio di offesa: ci infilo dentro la faccia, lascio che la pietra scura dei
muri combaci contro il mio viso, come hanno già fatto centinaia di persone
prima di me, e mi pare che il mondo che vedo sia, forse proprio per questo,
maggiormente deforme, privo di quella naturalezza nella quale ancora voglio
credere nel più profondo della mia persona.
Infine
tra gli alberi qualcosa si muove davvero: sono uomini, donne, umana vestigia
che viene a dar prova di sé, delle proprie voglie e delle proprie idee, ed io
rimango fermo, paralizzato nel credere non ci sia niente di brutto in quello
che avviene. Il sentiero bianco e sassoso si riempie di gente, la vedo, anche
se è scuro, sarebbe facile dare l’allarme, spiegare cosa sta effettivamente
accadendo, lasciare che i soldati di guarnigione ci sbarazzino in fretta di
questo problema, che forse problema non è. Poi appoggio la faccia ancora meglio
sopra la pietra, so cosa dovrei fare, so perfettamente cosa ci si attende da
me, eppure rimango qui, presso la mia feritoia, ad osservare qualcosa che forse
è soltanto l’immagine che ho cercato di stringere tante volte nelle mie mani:
quella del cambiamento, quella che resterà forse per sempre illusione, ma che è
tanto dolce quando appare così, e lascio che tutto avvenga senza la mia pur
minima partecipazione, anche se so perfettamente che anche questo è un errore.
Bruno
Magnolfi






